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日志


napoli gianola in bici, tenda sacco a pelo ....cicloviaggiare

sabato 23 maggio ore 6.00 appuntamento a capodimonte

siamo in quattro BrunoMonica,RossanArmando.

bardati di tutto o quasi tutto....

tende(due monoteli kg.1.800)

sacchi a pelo stuoie,fornellini (due)

popote & gavette in alluminio....

coltellini multiuso,attrezzi per la bici

 (camere di riserva e kit riparazioni forature)

vestiario e ricambi vari.....

insomma la bici inizia a pesare......

(meno male che è tutta pianura)

alle 6 tutti puntuali...

ci avviamo nella città deserta

gli unici rumori sono lo scivolamento delle nostre ruote

via emilio scaglione tutta di un fiato.....

siamo già a calvizzano....

è ancora fresco si pedala bene....

siamo contenti...felici....emozionati....

un (piccolo)viaggio

 in completa autonomia con la bici...

con le nostre compagne...e  che compagne!

direzione oasi di gianola  nà 80 di km......

arriviamo al lago patria

dopo aver disceso via ripuaria

prima sosta cornetti & pizzette

caffè ...fumatina....

comm'è bèll' à pedalà à primma matina....

ci rimettiamo in sella immettendoci sulla domiziana

passiamo zone dove il degrado....

lo inizi a sentire prima di vederlo

la puzza....della monnezza  nella zona

castelvoturno & company è niente

nei confronti del degrado  delle persone...

nei paraggi quasi vicino mondragone...

un tir con rimorchio all'altezza di un semaforo

senza vedermi stringeva sulla destra...

per farmi vedere mi sono fatto sentire

con tutto il fiato che avevo in gola

"CHITàMMUòRT".....

dall'altro lato della strada nella carregiata opposta

un cam(orr)ionista....

gridava a squarciagola: "accìrel'...accìrel....vuttèle sott'  !!!!!

ma non riusciranno a cambiare il nostro umore...

intorno al 50 km dopo una decina di km

 che siamo andati ad una velocità  davvero di crociera(circa 24 /26kmh)

io sò saltato.....crampi ....cazzarola crampi.....

costretti a femare il treno che si era formato.....

jeveme accùssì bèll'.....

le donne   sono le più cicloscatenate

tirano che è na bellezza stargli a ruota  è faticoso.....

cazzarola ma song' semp' l'ultimo......

attorno al 60 km recupero... alquanto...

 stà dimensione "accrampata"

siamo nelle vicinanze di cellole

che monica skizza da sola in fuga....

nessuno  regge il suo ritmo....

sè nè và ...per un pò stà lì a bagnomaria tra la fuga

e l'essere riacchiappata......

bruno si rende conto che siamo in zona mau mau

e una donna in fuga in bicletta...

non sà quello che gli aspetta....

con uno scatto repentino raggiunge la fuggitiva

fa notare...con dolcezza che non è il caso di fughe solitarie

sono interpetrate...male

passiamo intanto la chiesa e il sexy shop(stanno proprio azzèccati)

ultimo baluardo della degenerazione della capa dei campani...

dopo è già lazio....il garigliano...

.una frontiera... un confine... un limite...

 che si sente nell'aria...si avverte..fisicamente

iniziano a prendere il soppravento i profumi....

gelsomino in particolar modo....

è bello pedalare quì.....

siamo quasi a minturno....

lungomare...domandiamo campeggi aperti

ci siamo ...

a me la gamba gira che è nà bellezza...

che stranezza.....

ma è bello ciclostranizzare a gianola....

ci siamo... ci accampiamo...

ciclospesa di prodotti tipici locali

vino ,pasta e pummarola

fròmage....nzalata...

tutto carriato con na cascetta

(GRANDEMONIKA)

dopo circa 90kmin bici

cuciniamo

(GRANDEROX)

che cì fà arrècriare....

stanchiciclofelici  con la panza chiena....

ci vuole poco..per essere felici.....

CCCP

Comitato Cicloturisti Capodimonte Portapiccola

 

 

il resto delle foto è a fondo blog nell'album cicloweek gianola

Donne & Decrescita

Donne alla ricerca della felicità

Carriera o famiglia?
Aggressività o dolcezza?
 La controversa società di oggi obbliga
le donne ad una dolorosa scelta che,
il più delle volte,
comporta il sacrificio della femminilità
 sull’altare delle logiche del mercato.
 Quest’ultimo, nuovo potente padrone,
ha reso la donna moderna
“libera ed emancipata”
 ancora una volta schiava,
 stavolta del sistema.
 Spezzare le catene, tuttavia,
 è ancora possibile.
La decrescita felice ci spiega come

 

Sarebbe stato meglio nascere maschio o femmina? Uguale, spesso mi rispondo.

Oggi, nell’Occidente industrializzato, le disparità tra uomo e donna non sono poi così tante ed io, comunque, ho la fortuna di godere di una serie di diritti che purtroppo le mie ave non avevano e le donne di altri Paesi nel mondo non hanno tuttora.

Soprattutto abitando in una grande città, anche se fossi un uomo vivrei il malessere di sentirmi la rotella di un grande ingranaggio: la società iper-produttiva e iper-consumistica che vuole consumatori al posto di persone e che cerca di stritolare al suo passaggio tutto ciò che incontra, compresi il senso critico ed il buonsenso dei cittadini.

Poi mi fermo a considerare le vite di mia nonna o di mia madre paragonate alla mia: se loro invidiano la mia (pseudo) libertà, io invidio loro per i rapporti sociali e familiari che avevano.

Tante volte penso che se fossi nata uomo certi conflitti interni che mi rendono frustrata e ansiosa non li avrei.

Cedere a quella parte di me che vuole tranquillità, benessere ed essere mite senza dominare, o a quella che necessita di esprimere la propria personalità ed avere un posto nel mondo (e che per farlo ha bisogno di imporsi con forza)?

Tentare di fare carriera nel lavoro con lo slancio aggressivo che ciò comporta o relegare la vita professionale in secondo piano per dare spazio a famiglia e casa?

Non mi va di fare una scelta simile, ma pare che non ci siano vie di mezzo: non è possibile lavorare poco ed essere realizzati e ben pagati, né lavorare tanto ed avere comunque tempo libero per il resto. Inoltre, nei più svariati campi dell’esistenza spesso o ti imponi o vieni sottomesso.

In un mondo che vede il successo solo come raggiungimento di un’alta posizione sociale e lavorativa attraverso la competizione e l’egoismo (caratteristiche maschili!è testosterone!), come coniugare la spinta all’indipendenza e all’autorealizzazione propri di ogni persona intelligente e libera, con quella tendenza alla dolcezza, alla maternità, ai rapporti basati su dialogo e collaborazione che mi porto dentro come eredità del secolare ruolo femminile nella società?

donne a lavoro
Come coniugare il desiderio di indipendenza con l'istinto materno e la femminilità?
L’istinto, quasi biologico, di avere una famiglia e di occuparsi delle persone care mal si addice all’icona della donna di successo e si sposa malissimo anche con la figura di una modesta, e un po' “sfigata”, lavoratrice urbana…

Cosa fa, infatti, una donna “cittadina” oggi? Esacerba il suo lato maschile.

Gareggia, compete, entra in guerra con la schiera di concorrenti che aspettano un lavoro e, una volta ottenuto, si fa in quattro per tenerselo, magari accettando di fare straordinari massacranti, sopportando umiliazioni o schiacciando cinicamente gli avversari nella scalata sociale.

La donna cittadina non ha tempo per sé, vive in mezzo al cemento ed è costretta ad acquistare qualsiasi bene e a demandare ad altri qualsiasi servizio sociale (compresa la cura dei bimbi di pochi mesi!) perché non sa più come e quando farlo (ma più lavora o ha successo e più ha soldi per delegare, che bello!).

Ogni lei, nella nevrosi della disumanizzazione degli abitanti di una grande città, ha paura del prossimo e non si fida di nessuno… Cosa c'è di femminile in tutto questo?

Ah no, scusate, dimenticavo il venerdì ed il sabato sera.

Le ragazze, il fine settimana, possono uscire con i propri amici (se sono riuscite in questo caos a mantenerne qualcuno) per “liberarsi dallo stress” fumando, bevendo, spendendo soldi in locali alla moda e vestendosi in modo provocante per dimostrare così la propria femminilità!

E consumare, consumare... anche il sesso.

Un’adulta, invece, nel tempo libero può accompagnare i figli ai vari corsi di piscina, danza, inglese, karate, calcio, pallavolo oppure fare shopping, andare dalla parrucchiera, dall’estetista… tutta qui la femminilità.

Ancora una volta consumare, consumare, consumare.

Per un’anziana, poi, non c'è proprio verso. In pensione, prende una miseria; ha tempo, ma non serve più a questa società e se non ha dei parenti particolarmente caritatevoli, ciò che l'aspetta è la solitudine e spesso la povertà.

manifesto femminismo
Cosa fa una donna “cittadina” oggi? Esacerba il suo lato maschile
Mentre io vivo questa situazione come fonte di enormi conflitti interiori, qualcun’altra invece è felice della propria vita.

Tuttavia, il risultato di una società dove la donna ha guadagnato tanti diritti ma ha perso la possibilità (e a volte anche la volontà) di esprimere il proprio essere femminile, è un mondo solo maschile, duro, incompleto e che, anche per questo motivo, non può produrre individui sani. Basta accendere la televisione per rendersi conto della deriva culturale e sociale dell’ "Occidente": dalla degenerazione degli adolescenti, alla donna-oggetto proposta, fino alla gestione pazza e criminale della Terra e dei suoi abitanti da parte dell’elite maschile al potere.

Quando ho letto il libro di Maurizio Pallante, La decrescita felice, ho potuto con commozione trovare i miei stessi dubbi e pensieri nel capitolo in cui parla di donne e famiglie urbane.

Cosa c'entra la decrescita? C’entra parecchio! “Decrescere” vuol dire rallentare, consumare di meno, vivere di più, dedicarsi a ciò che si ama, ritrovare la convivialità nei rapporti con gli altri.

Non possiamo più permetterci di continuare nella corsa sfrenata ad una crescita che non abbiamo idea di dove voglia arrivare. Le risorse non sono illimitate: dobbiamo capirlo e farne un uso più sobrio. Il bello, però, è che così facendo recupereremmo di nuovo degli spazi per noi! Spazi per fare e per pensare.

Tutto ciò non vuol dire riproporre schemi del passato, ma recuperare ciò che di buono abbiamo voluto abbandonare in nome di una innovazione totale.

Tra le vittime del progresso vi è, ad esempio, la famiglia allargata.

Questa è morta con le industrie ed il capitalismo che, avendo bisogno di sempre più braccia a buon mercato per produrre, hanno sfruttato la voglia delle donne di uscire dal controllo di un padre o marito “padrone” per dar loro un posto nel grande mondo del lavoro.

Eccole così risucchiate nel girone infernale dei lunghi orari lavorativi, catapultate in città brulicanti di sconosciuti e strappate via al lavoro nei campi e alla loro vita domestica fatta in una grande casa condivisa con la famiglia allargata.

famiglia allargata
Tra le vittime della società della crescita sfrenata vi è la famiglia allargata
Eppure questo modello familiare aveva una sua funzionalità ed economia.

Gli anziani si occupavano di varie cose tra cui la cura dei bambini mentre i genitori adulti erano occupati in altre attività. In passato quelli che oggi vengono chiamati “vecchi” erano considerati, data la lunga esperienza di vita, saggi consiglieri e la preziosa memoria della famiglia. Adesso li rinchiudiamo in ospizi o li abbandoniamo alla povertà solitaria.

I bambini, dopo la scuola, vivevano nel loro nucleo familiare e non venivano parcheggiati per la gran parte della giornata in asili o affidati a baby-sitter.

Perché adesso dobbiamo lavorare, lavorare e ancora lavorare per pagare l'ospizio, l'infermiere, l'asilo, la baby-sitter? Che senso ha?

Prima ci si prendeva cura uno dell'altro, a turno, in un ciclo del tutto naturale.

C'e' chi giustamente controbatte che una famiglia allargata comportava una gestione patriarcale dell'esistenza, con tutte le restrizioni che ne derivano soprattutto alle donne. Queste, oggi, possono avere una cultura e un loro stipendio per non dover più dipendere dagli uomini della famiglia: ciò è senza dubbio un traguardo importantissimo.

Sì, è vero, Non c'è più il padre-padrone, ma pensateci bene. C'è la dipendenza totale da un padrone diverso: il mercato. È questo a decidere quanto vali, quanto puoi guadagnare, comprare e lavorare per pagare cose che prima facevi da sola o tramite la tua famiglia allargata o ancora attraverso la cerchia femminile di solidarietà e mutuo aiuto che esisteva.

Ma davvero questa è libertà? Non avere nessuno che ti aiuta o ti consiglia nelle faccende domestiche e nell'allevamento dei figli? Essere costretta ad abbandonare i bambini in un asilo nido a pagamento con sconosciuti quando hanno appena sei mesi? Rubare solo minuscoli ritagli di tempo per dedicarli a ciò che realmente ami? Dover fare un lavoro spiacevole e competitivo per campare? Davvero la gestione allargata di una casa, di un giardino, della famiglia, era così male?

La chiusura degli individui in singole casette isolate da tutto il resto non può essere considerato un miglioramento rispetto al passato.

Si può provare a pensare a modi alternativi e meno soffocanti di vivere con gli altri per aiutarsi; se tutti lavoriamo un po' di meno possiamo avere tempo per autoprodurre molte cose che ci servono e farle con gioia insieme e per i nostri simili!

Non avremmo più bisogno di vendere tutto il nostro tempo ad aziende e multinazionali e quindi basterebbero meno soldi.

donne
La vera libertà le donne l'avranno solo quando riusciranno ad esprimere la propria femminilità senza per questo dover assomigliare agli uomini
Il tessuto sociale, tanto prezioso da sempre per tutti e soprattutto per le donne e i bambini, e' stato completamente smantellato ed in cambio abbiamo avuto un contentino di finta indipendenza (dipendiamo dal mercato!) e di beni materiali per la maggior parte inutili e inquinanti.

E c’è un’altra cosa terribile che è stata fatta alle donne: convincerle che per avere posto nella società debbano dimostrare di essere brave quanto gli uomini e così diventare simili a loro, senza dare nessun riconoscimento alle loro specificità intrinseche. L’alternativa è quella di rinunciare all’ autorealizzazione o all’ indipendenza.

La vera libertà le donne l'avranno solo quando riusciranno ad esprimere la propria femminilità senza per questo dover assomigliare agli uomini; quando avranno modo di dedicarsi ai loro figli, alle persone care, ai loro interessi e attività senza per questo dipendere ed essere ricattate da nessuno; quando potranno esprimere se stesse nella loro vera natura, sostenute da una comunità solidale di donne e uomini che comprende l'importanza del compito sublime che madre natura ha dato loro e delle bellissime qualità connesse con l’essere donna.

Sono convinta che sia l’unione di individui diversi a fare la forza, e non l’omologazione di essi.

Allora perché non iniziamo noi, singoli individui sperduti, a costruirci il nostro tessuto sociale, la nostra famiglia allargata (riveduta e corretta!)? Con parenti, amici, vicini di casa? Spezziamo questa solitudine e proviamo a fare qualcosa per gli altri e ad accettare ciò che ci daranno in dono.

Costituiamo dei Gas, mettiamo a disposizione il nostro tempo libero per prenderci cura di nonni, bambini, orti, cibo, fonti energetiche e qualsiasi altra cosa sappiamo ancora fare o impareremo a fare!

Avremmo tutti meno bisogno di acquistare molte cose e potremmo lavorare sempre di meno ed ecco così che ritroveremmo il tempo per vivere che ci e' stato sottratto… e forse anche una nuova dignità!

da   http://www.terranauta.it/a1084/decrescita_felice/donne_alla_ricerca_della_felicita.html

prove tecniche carico borse cicloweek gianola

IL VIAGGIO

Senza fretta. Ora che la bicicletta è pronta e attrezzata, non c’è strada troppo sconnessa o troppo ripida, né coda ai caselli autostradali o guasto al motore che possa mandare a monte il nostro viaggio. La maggior parte degli inconvenienti tecnici non ci spaventa, perché è sotto il nostro controllo. Non abbiamo tabelle da rispettare, medie orarie da mantenere e nulla ci impedisce di fermarci prima della meta prevista. Non c’è acquazzone o caldo torrido che ci metta in crisi, perché ovunque c’è l’ombra di un albero o un ponte sotto cui trovare rifugio. Possiamo fare tutto questo perché abbiamo dalla nostra parte un alleato invincibile : il tempo. Se non è così sarà meglio rinunciare, meglio scegliere un diverso mezzo di locomozione e un diverso tipo di viaggio e attendere momenti più adatti.

I motivi che spingono a viaggiare, e a farlo in questo modo, sono differenti, ma, comunque sia, lo facciamo per stare bene e per sentirci liberi. Quello che ci muove non è lo spirito competitivo di chi non alza la testa dal manubrio e bada soltanto alla media oraria e a quanti chilometri ha già nelle gambe. A noi interessa viaggiare e la bicicletta ci permette di guardare il mondo e la vita secondo una particolare visuale. Crediamo anche che la bici sia un modo, uno dei modi, per trovare o ritrovare se stessi.

Gli itinerari possibili sono infiniti, ma non è necessario attraversare il Sahara o scalare il Kilimangiaro per vivere autentiche avventure. E non occorre neppure mantenere medie di cento chilometri al giorno per poter dire di aver compiuto un viaggio degno di questo nome. Il viaggio in bici non è uno sport estremo, o almeno non è solo questo. Certo non esistono limiti né alla fantasia né alla bicicletta, ma non dovremo sentirci frustrati se il raid non valicherà i confini della nostra regione. Anzi, viaggiare in bici è soprattutto riscoprire le piccole cose intorno a noi, magari vicine, ma che passerebbero inosservate se non ci si muovesse con lentezza e in silenzio.

L’itinerario. Come preparare la spedizione ? Dipende dal tipo di viaggio e dal temperamento del viaggiatore. Soprattutto se il tragitto è impegnativo e si snoda lungo percorsi selvaggi e in fuoristrada, occorre una preparazione minuziosa. Serve innanzitutto una cartina dettagliata (una scala 1 : 25 000 può andar bene). Per itinerari da MTB occorre una carta dei sentieri. Dalla diversità di altitudine fra una località e l’altra si può stabilire la pendenza media e questo è importante se si viaggia in montagna. Alcune cartine riportano anche le isoipse, cioè le linee che collegano zone di uguale altitudine. Dal confronto di queste si possono trarre utili informazioni : più tali linee sono vicine e maggiore è la pendenza.

Sulla base dell’osservazione della carta, stabilite un percorso e, indicativamente, le tappe. Per i primi giorni non prevedete troppi chilometri. Tenete presente che, una volta che la bici è carica, la musica cambia di molto. Procuratevi una guida dei campeggi e studiate l’itinerario anche in base a quanto e come è servito il territorio.

Se non avete un buon allenamento, prevedete un viaggio molto tranquillo, con percorsi soprattutto pianeggianti e una media di chilometri giornalieri ridotta.

Il viaggio in solitaria. Viaggiare da soli in bici è un’esperienza emozionante, che andrebbe provata almeno una volta. Quale occasione migliore per interrompere il fluire omogeneo dell’esistenza e ritrovarsi per un po’ con se stessi ? Con ogni probabilità non si otterrà un Risveglio alla Siddharta, ma certamente si ritornerà con qualcosa di nuovo, fosse anche solo la consapevolezza di sapersela cavare da soli.

Il raid in solitaria è molto più impegnativo, dal punto di vista pratico e psicologico, di quello in coppia o in comitiva. Bisogna essere in grado di affrontare da soli tutte le evenienze, i disagi e gli inconvenienti. Non partite in un periodo in cui siete inclini alla depressione : un’esperienza di questo tipo, con le lunghe ore di solitudine e le difficoltà, potrebbe acuire lo scoraggiamento. Se si tratta della prima esperienza del genere, scegliete un percorso non troppo impegnativo e un viaggio non troppo lungo. Preparate con grande cura il bagaglio e in particolare gli attrezzi e i ricambi. Dedicate maggiore attenzione allo studio dell’itinerario e dei possibili pernottamenti, così da evitare situazioni di eccessivo disagio, come farsi cogliere dal buio senza aver trovato un posto per dormire.

da Bella Bici, Luigi Bairo

http://xoomer.virgilio.it/capitannuvola/inviaggio.htm
Preparare il bagaglio





IL BAGAGLIO

Una volta fatta la lista, la rileggeva con cura, come consigliava di fare anche agli altri, per vedere se non aveva dimenticato nulla. Poi la rileggeva e cancellava tutto quanto poteva essere superfluo. Dopo di che, perdeva la lista.

J.K.Jerome, Tre uomini a zonzo



La scelta di cosa portare in un viaggio in bici è una mirabile opera di sintesi, trovare il modo per contenere il tutto nelle borse un esempio di arte logistica. Vediamo la lista :

- kit di attrezzi, compresi ricambi camere d’aria e copertone, pompa, borraccia o borracce, ciclocomputer, faro anteriore e posteriore con relative batterie nuove e di ricambio, cappello e casco, occhiali, maglia da ciclista, pantaloncini da ciclista, scarpe per pedalare, guantini, antifurto, telo di nylon per coprire la bici, un vecchio giornale ;

- kit di pronto soccorso, occorrente per l’igiene personale, un asciugamano grande e uno piccolo a tovaglietta, sapone da biancheria, ciabatte per doccia, un paio di scarpe per camminare, biancheria, alcune t-shirts, una tuta da ginnastica, k-way, uno zainetto di tela leggero.

- tenda, sacco a pelo, tappetino a “buccia d’arancia”, coltello multiuso, corde, set da cucina in alluminio, eventuale fornellino a gas e cibarie.

- macchina fotografica, musica, quadernetto e penna, libro/i.

Come stivare tutta questa roba ? Le sacche posteriori dovranno contenere la maggior parte del bagaglio ; in fondo verrà sistemato ciò che si prevede di usare per ultimo. Ripartite equamente il peso nelle due borse laterali, per non sbilanciare la bici. Assicuratevi che le borse siano fissate in modo stabile e sicuro al portapacchi perché, se dovessero staccarsi durante la marcia, potrebbero finire nei raggi.

La tenda, il sacco a pelo e il tappetino di gommapiuma andranno sistemati sopra il portapacchi, fissati ben stretti da corde elastiche, verificando che i ganci siano attaccati a dovere. Solitamente, le borse posteriori più una capiente borsa da manubrio sono sufficienti per viaggi anche lunghi ma che non prevedono il trasporto della cucina da campo.

da Bella Bici, Stampa Alternativa

© Luigi Bairo



In VIAGGIO
Quando cavalco attraverso un villaggio,lo supero velocemente, ma se vado a piedi, vedo di più e gli amici mi chiamano nelle loro capanne. Arrivare veloce- mente a una meta è raramente un vero guadagno. L'uomo bianco vuole arrivare sempre in fretta. La maggior parte delle sue macchine serve unicamente allo scopo di raggiungere velocemente un posto... E così attraversa correndo la sua vita, senza pace, disimpara il piacere di camminare e vagabondare, di muoversi contento verso la meta che ci viene incontro e che non cerchiamo.

Dai Discorsi del Capo Tuiavii di Tiavea delle Isole Samoa ai fratelli polinesiani, dopo il ritorno da un suo viaggio in Europa effettuato durante gli anni venti.

 

Ciemmona 2009 conto alla rovescia è partito (

      20 05 2009                http://ciemmona.org/2009/ PDF Stampa E-mail

 

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Ciemmona 2009

Il conto alla rovescia è partito,
la reazione di fissione sta per iniziare!

Il naturale decadimento del ciclista urbano,
una volta raggiunta la massa critica,
determinerà l'avvio spontaneo
di una reazione a catena
che si autosostenterà
e la liberazione di energia sarà enorme ed inarrestabile.


 

Saremo migliaia
ed invaderemo le strade della nostra logorata città,
le riconquisteremo,
le libereremo.

Agli occhi di chi ci vedrà passare
regaleremo la nostra idea di spazio pubblico

... per chi non riuscirà a vedere
... per chi non riuscirà ad immaginare:
NOI SAREMO IL TRAFFICO!

Ultimo aggiornamento ( Sunday 17 May 2009 )

Decrescita o Impoverimento?

Decrescita o Impoverimento?
di Marco Cedolin

La stima dell’indicatore dei consumi di Confcommercio (Icc) resa nota oggi mette in evidenza un calo dei consumi dello 0,7% nel primo trimestre del 2008, mentre lo scorso mese di marzo registra un –1,7% rispetto al marzo 2007. I risultati di un’indagine condotta dal Dipartimento di sociologia economica dell’Università di Messina, pubblicati su Repubblica, raccontano di “un’inflazione reale” più che raddoppiata nel corso degli ultimi 4 anni.
Come conseguenza di una situazione sempre più drammatica, in questa Italia che anziché rialzarsi, secondo i dettami degli spot elettorali, sta affossandosi sempre più sulle ginocchia, le famiglie italiane in crescente difficoltà stanno cambiando le proprie abitudini. Ripiegano per i propri acquisti sui negozi cinesi (soprattutto per quanto concerne l’abbigliamento) e scelgono prodotti di scarsa qualità, fanno scorte alimentari seguendo le offerte promozionali dei discount e coltivano il pezzo di terreno ricevuto in eredità dal nonno per avere frutta e verdura di buona qualità a basso costo.

Molte volte quando scrivo o parlo di decrescita, qualcuno di fronte al progressivo impoverimento delle famiglie italiane sottolinea che la decrescita è già in atto e non si tratta in fondo di una gran bella cosa. Confondere l’impoverimento con la decrescita è un atteggiamento abbastanza comune e tutto sommato comprensibile per chi non abbia approfondito l’argomento ma rischia di creare una confusione di fondo in grado di far perdere ogni coordinata.
L’impoverimento e la decrescita non hanno nulla in comune, anche se una delle tante risultanti di entrambe le situazioni può essere costituita dal ritornare a coltivare l’orticello ereditato dal nonno, pratica comunque virtuosa in sé a prescindere dalle motivazioni che hanno indotto la scelta.

L’impoverimento è una situazione imposta dalla congiuntura economica che determina un decadimento del benessere individuale. L’impoverito è costretto ad acquistare merci a basso costo di qualità scadente, importate da paesi a migliaia di km di distanza. L’impoverito deve basare la propria alimentazione sulle offerte promozionali dei discount, a fronte di viaggi in auto alla ricerca della promozione più alettante e di prodotti che spesso arrivano da molto lontano, dalle dubbie qualità sia sotto l’aspetto organolettico sia dal punto di vista nutrizionale. L’impoverito è costretto ad operare delle rinunce che mettono a repentaglio il suo benessere e la qualità della sua vita, solamente al fine di ottenere un risparmio monetario che possa permettergli di sopravvivere.

La decrescita (a prescindere dal fatto che si tratti di quella teorizzata da Serge Latouche o di quella “felice” praticata da Maurizio Pallante) non mira a diminuire il benessere delle persone, ma al contrario si propone di migliorarlo ed accrescere la qualità di vita dell’individuo.
La decrescita non passa attraverso l’impoverimento, tenta semplicemente di ridurre la dipendenza delle persone dall’economia rendendole più libere ed autosufficienti senza deprivarle assolutamente del loro benessere.
La decrescita pretende la ristrutturazione degli edifici in funzione del loro rendimento energetico, creando in questo modo posti di lavoro e risparmi dei consumi. La decrescita persegue il miglioramento della rete di distribuzione dell’energia, un miglioramento in grado di creare occupazione e taglio degli sprechi energetici. La decrescita privilegia la filiera corta ed i prodotti locali in un’ottica di ridotta movimentazione delle merci, risparmio economico e miglioramento della qualità degli stessi. La decrescita non mira a ridurre il potere di acquisto dei salari ma al contrario intende integrarlo attraverso l’autoproduzione, lo scambio ed il dono che permettono di ridurre il numero di beni dei quali è necessario l’acquisto sotto forma di merci. La decrescita si oppone alla società globalizzata dove persone sempre più povere sono costrette ad acquistare merci sempre più povere (il cui costo è determinato in larga parte dal loro trasporto inquinante per migliaia di km) e propone una società a misura d’uomo dove sia possibile riscoprire il senso della comunità, ricostruire rapporti conviviali, privilegiare la qualità alla quantità ed al gigantismo. La decrescita vuole ridare un senso al lavoro interpretandolo come valorizzazione delle qualità dell’individuo, del suo estro e della sua creatività finalizzato a “creare” qualcosa di utile, in netta contrapposizione con lo svilimento attuale del mondo del lavoro, costituito in larga parte da pratiche ripetitive e meccaniche di scarsa utilità (i call center rappresentano un esempio su tutti) in grado di produrre solo alienazione e salari insufficienti a garantire una sopravvivenza dignitosa.

L’impoverimento rappresenta semplicemente il futuro di un modello di sviluppo basato sulla crescita infinita dei consumi che nel momento in cui i consumi cessano di crescere inizia a creare esclusione sociale e precarietà, esattamente il contrario della decrescita che si muove per evitare che tutto ciò accada.

Marco Cedolin -

http://www.ilconsapevole.it/articolo.php?id=8778

PAUSA DI RIFLESSIONE oltre lo sviluppo

logo decrescita - otto erre


Siamo nati solo per consumare?

Stiamo vivendo a spese delle generazioni future?

Conta di più avere o essere?

Siamo macchine o animali?

Siamo uomini o automobili?

Siamo liquidi o solidi?

Mettendo una macchina sull’altra arriveremo sulla luna?

La terra è il nostro giardino?

Abbiamo interessi o valori?

Siamo cacciatori o cacciati?

Il pianeta è in vendita?

L’acqua è un bene comune?

Dove stiamo correndo?

Non si vive di solo PIL
 
  
   

:: PAUSA DI RIFLESSIONE
OLTRE LO SVILUPPO



Sentiamo spesso parlare di benessere economico e di PIL (Prodotto interno lordo) come se fossero termini equivalenti.

Sentiamo spesso parlare della necessità di produrre di più e di consumare di più come se questi fossero i più importanti o gli unici scopi della vita e come se le risorse naturali del pianeta fossero infinite. Come se le modalità con cui si raggiungono questi obbiettivi fossero ininfluenti.

Viviamo all’insegna della accelerazione, della velocità, della esternalizzazione, della “ir-responsabilità”. Questo non ci riguarda, quest’altro non è di nostra competenza, i colpevoli sono più in alto, più in basso, e noi che possiamo farci?

Approfondendo il tema della decrescita la biblioteca vuole innanzitutto dire: no, m’interessa, ci interessa, we care, vogliamo saperne di più, vogliamo capire come si potrebbe produrre, vivere e consumare in un modo diverso. Ci sentiamo responsabili verso il pianeta, verso le generazioni che verranno, verso la nostra coscienza, verso i saperi e i linguaggi che vengono emarginati, dimenticati, condannati all’irrilevanza.

Per questo vi proponiamo una pausa di riflessione.

Otto siti web per capire la decrescita


sito decrescita.it
www.decrescita.it

Rete per la decrescita serena, pacifica e solidale.



sito tempomat.it
www.tempomat.it

Tempomat: osservatorio nazionale sulle banche del tempo.



sito retegas.org
www.retegas.org

Gruppi di acquisto solidale: rete nazionale di collegamento dei Gas.



sito cittamobile.it
www.cittamobile.it

Associzione delle città italiane per la mobilità sostenibile e lo sviluppo dei trasporti.



sito acquabenecomune.org
www.acquabenecomune.org

Forum italiano dei movimenti per l'acqua.



sito altreconomia.it
www.altreconomia.it

Altreconomia: l'informazione per agire.



sito viviconstile.org
www.viviconstile.org

Vivi con stile: una guida al vivere quotidiano (a cura di Legambiente.



sito ciclobby.it
www.ciclobby.it/ciclobby/

FIAB Ciclobby Onlus.

 

fiume di pietra pataorto sabato 16 maggio suoni lavici bruno&loredana

 siamo stati
sotto l'osservatorio al vesuvio
dove  è nato il pataorto
ortosinergico patafisico
nella struttura tenuta da paola acampa
ò mast' degli ortisti sinergici napoletani ha curato l'evento
  giàpaz
 
 

fiume di pietra creator*vesevo 



 29e30 APRILE  e' stato realizzato un orto sinergico il PATATORTO l'orto con la patata immaginaria...l'agricoltura del non*fare


30 APRILE pane amore e fantasia ...poesia...e ancora!  come da tradizione dei ragni  abbiamopanificato insieme il pane*libera*sogni


1 MAGGIO RAGNATELA*PATAFISICA feria mercato senza mercanti>>in collaborazione con Artisti-Poeti-Musicanti impegnati nel nobile atto del LIBERO PENSIERO

http://www.pazzariello.splinder.com/

 
 
notate la bocca del vesuvio alle spalle del pataorto
 
l'entrata
 
 
 
il pataorto
 
 
 

 

 

 Bruno&Loredana

suoni lavici

Il rinascimento ciclistico da VIVA LA VELORUTION

Il rinascimento ciclistico
Guardandoci intorno nelle nostre città, vedendo come stanno modificandosi i nostri stili di vita, affrontando ogni giorno l'emergenza ambientale, sociale e sanitaria in corso, si può affermare che l'era della motorizzazione di massa è al collasso.

Gli albori di un rinascimento, noi, ciclisti/e urbani, li riusciamo a vedere. Sempre più persone riconsiderano quello che negli ultimi trent'anni era stato un tabù: utilizzare le proprie forze per muoversi. E invece riscopriamo che possiamo spostarci con più facilità e per gran parte dei nostri spostamenti quotidiani senza l'automobile.

L'automobile, la moto, il motorino ci avevano in questi anni ipnotizzato facendoci credere che non potevamo camminare per più di duecento metri e che andare in bicicletta fosse esclusivamente un divertente passatempo da praticare nelle vacanze o nei week-end.

Ma due guerre per il petrolio in 10 anni, uno stile di vita sempre più sedentario, dei costi di esercizio elevatissimi e, soprattutto, l'inefficacia nell'attuare la sua principale funzione ossia quella di farci spostare da una parte all'altra della città hanno portato molte persone in tutto il mondo a cercare alternative all'automobile.

Abbiamo iniziato a fare i nostri spostamenti in bicicletta.
Era lì, abbandonata, utilizzata solo come "giocattolo", ma obnubilati dal marketing dell'industria del motore e del petrolio, non potevamo vederla.
Fare 3, 5, 20 km in città con la bici era (ma per molti ancora è) una follia che il nostro corpo, pensavamo, non avrebbe mai potuto reggere. Abbiamo poi provato, il corpo reggeva, anzi..., eravamo veloci negli spostamenti, "parcheggiavamo" non vicino casa... ma dentro casa, ci divertivamo a girare e rivedere la città, i posti nascosti, suonare il campanello per avvertire le persone che, noi, lì dietro, silenziosamente, stavamo velocemente arrivando. Ci siamo ritrovati a scrutare il cielo per capire che giornata sarebbe stata, tornare a vivere fuori dall'incubo ad aria condizionata. Non rischiare di uccidere tutto quello che ci passa davanti.
Siamo tornati e tornate ad utilizzare la bicicletta per andare a scuola, al lavoro, all'università, a fare la spesa a d incontrare gli amici, uscire la sera… e ci piace molto.

Una città da ridisegnare
La nostra è stata una scelta dal basso, mentre ci troviamo a cozzare contro amministrazioni e soluzioni urbanistiche che oltre a privilegiare sempre l'utilizzo del mezzo privato, con immenso inquinamento e spreco di risorse energetiche, continuano a proporre "soluzioni" assolutamente inadeguate per cercare di risolvere i problemi di mobilità traffico e inquinamento che affliggono grandi e piccoli centri. Non saranno infatti parcheggi su parcheggi o raddoppi di corsie a far scorrere il traffico, ma serviranno solo ad aumentare il problema ambientale attirando nuove automobili fino alla saturazione.
Riusciamo ad apprezzare come ricchezza e bellezza delle strade NON la quantità di automobili che ci sono o che le attraversano, ma al contrario la loro assenza o la loro esiguità.
Lo spazio urbano vivo e vivibile è quello che riesce ad escludere automobili, e motoriname vario. Uno spazio libero e sicuro che tiene fuori le auto tiene dentro persone, bambini e animali che altrimenti sono esclusi e sacrificati al dio automobile.

Perchè una Critical Mass Nazionale
Da un paio di anni in Italia e da una decina d'anni a questa parte un pò in tutto il mondo i/le ciclisti urbani si incontrano, l'ultimo venerdì di ogni mese, e pedalano insieme cercando di comunicare e trasmettere alcuni messaggi forti:

  • la possibilità dell'utilizzo della bicicletta come mezzo per gli spostamenti urbani
  • il fatto che non stiamo bloccando il traffico, ma siamo traffico ed abbiamo uguali diritti sulla strada
  • dare la sveglia alle amministrazioni perchè mettano in campo delle soluzioni che salvaguardino e facilitino l'utilizzo della bicicletta a scapito di automobili ed altri mezzi rumorosi, puzzolenti e inquinanti

A Roma a fine maggio non bloccheremo il traffico, NOI SIAMO IL TRAFFICO!

¡ Viva  LA VELORUTION ELORUT¡Viva La VELORUTION!ION!¡Viva La VELORUTION!

da  http://www.tmcrew.org/eco/bike/rinascimento.html

Sobrietà: dallo spreco di pochi ai diritti per tutti.

Il mondo siede su due bombe: la crisi ambientale e quella sociale. Per uscirne, occorre imboccare la strada della sobrietà: uno stile di vita - personale e collettivo - più parsimonioso, più pulito, più lento, più inserito nei cicli naturali.

La sobrietà è più un modo di essere che di avere. E' uno stile di vita che sa distinguere tra i bisogni reali e quelli imposti. E' la capacità di dare alle esigenze del corpo il giusto peso senza dimenticare quelle spirituali, affettive, intellettuali, sociali. E' un modo di organizzare la società affinché sia garantita a tutti la possibilità di soddisfare i bisogni fondamentali con il minor dispendio di risorse e produzione di rifiuti. In ambito personale, la sobrietà si può riassumere in dieci parole d'ordine: pensare, consumare critico, rallentare, ridurre, condividere, recuperare, riparare, riciclare, consumare locale, consumare prodotti di stagione. Naturalmente non dobbiamo limitarci a rivedere i nostri consumi privati, ma anche quelli collettivi perché anche fra questi ce ne sono di dannosi e di superflui. Di sicuro dovremo eliminare gli armamenti, ma dovremo anche sprecare meno energia per l'illuminazione delle città, dovremo accontentarci di treni meno veloci e meno lussuosi, dovremo costruire meno strade. Perfino in ambito sanitario dovremo diventare più sobri affrontando la malattia non solo con la scienza, ma anche con una diversa concezione della vita e della morte, in modo da evitare l'accanimento terapeutico e l'eccessiva medicalizzazione di eventi naturali come la vecchiaia.

Rinunciare al superfluo, ma anche ragionare più analiticamente su tutto ciò che compone la nostra quotidianità, per la gente può sembrare uno sforzo straordinario. E' molto difficile cambiare gli stili di vita e le abitudini ... Dovremmo riflettere di più sui risvolti negativi del consumismo.
Un aspetto che non consideriamo mai è il tempo. Prima di tutto quello che passiamo al lavoro per guadagnare i soldi necessari per i nostri acquisti.
Prendiamo come esempio l'automobile. Secondo un rapporto dell'Aci pubblicato nel gennaio 2004, mediamente il possesso dell'auto costa 4.414 euro all'anno. Qualcosa come 500 ore di lavoro secondo i salari medi. Se ci aggiungiamo il tempo passato nel traffico, quello che serve per cercare un parcheggio e per la manutenzione, l'automobile assorbe ogni anno un migliaio di ore della nostra vita. Se facciamo lo stesso calcolo per tutti gli altri beni ci accorgiamo che viviamo per consumare. Consideriamo che di media ogni casa dispone di 10.000 oggetti, contro i 236 che erano in uso presso gli indiani Navajos. Per ognuno di essi dobbiamo lavorare, recarci al supermercato, sceglierlo, fare la coda alla cassa. Una volta a casa, dobbiamo pulirli, spolverarli, sistemarli. Se consideriamo tutto, il superconsumo è un lavoro forzato che ci succhia la vita. Un altro aspetto da tenere presente sono i rifiuti. In Italia se ne producono circa 120 milioni di tonnellate, di cui 90 industriali e 30 urbani.
Ogni individuo produce mezza tonnellata di rifiuti domestici all'anno e nove tonnellate di gas serra. L'inquinamento atmosferico ha il difetto di essere invisibile, mentre i rifiuti solidi li depositiamo per strada e li dimentichiamo. Ma prima o poi ci presentano il conto. Il cambiamento del clima è già una drammatica realtà. Potremmo continuare con le risorse. La base biologica del pianeta, su cui poggia la nostra esistenza, si sta assottigliando di giorno in giorno. L'acqua, le foreste, i pesci, i suoli sono elementi già fortemente compromessi. Perfino le risorse minerarie danno segni di scarsità. Primo fra tutti il petrolio per il cui controllo siamo tornati a combattere guerre di tipo coloniale.

Apparentemente la sobrietà è solo una questione di stile di vita. In realtà è una rivoluzione economica e sociale perché manda in frantumi il principio su cui è costruito l'intero edificio capitalista. E' il principio della crescita, invocato non solo dalle imprese, ma anche da chi si batte per i diritti, in base al credo che senza crescita non può esistere sicurezza sociale né piena occupazione. Fino ad oggi nessuno ha osato mettere in discussione questo dogma e stiamo affogando nella nostra opulenza iniqua e violenta. Ma se riuscissimo ad avere un'altra concezione del lavoro, della ricchezza, della natura, della solidarietà collettiva, ci renderemmo conto che è possibile costruire un'altra società capace di coniugare sobrietà, piena occupazione e diritti fondamentali per tutti. In questa prospettiva l'economia locale assume un ruolo centrale per tre ragioni.

La prima ragione è di tipo energetico. Dobbiamo risparmiare carburante, perciò dobbiamo avvicinare la produzione al consumo. Inoltre dobbiamo sfruttare l'energia rinnovabile che per definizione è una risorsa diffusa da sfruttare su base locale, addirittura individuale. Dovremo dire addio alle megacentrali che producono energia elettrica per intere nazioni e dovremo abituarci ad un pullulare di microcentrali che producono per le singole famiglie o per le singole imprese. In altre parole dovremo trasformarci da consumatori in prosumatori. Gente, cioè, che al tempo stesso produce e consuma in un rapporto di scambio continuo con la rete, di cui a volte si è fornitori, a volte fruitori.

La seconda ragione è di tipo ambientale. Un tempo, quando il pane era fatto col grano del luogo, quando i pesci erano pescati nel fiume che attraversa la città, quando ci si scaldava con la legna dei boschi circostanti, ci prendevamo cura dei suoli, delle acque, dei boschi perché sapevamo che la nostra vita dipendeva dalla loro integrità. Oggi, invece, che il nostro benessere si fonda su oggetti comprati al supermercato e provenienti da chissà dove, non ci preoccupiamo se i fiumi sono delle fogne, se i terreni si impoveriscono o se scarseggia l'acqua per irrigare. Solo tornando ad avere un rapporto intimo col nostro territorio capiremo quanto sia importante prenderci cura di lui. Allora analizzeremo ogni collina per valutare se può accogliere generatori a vento. Selezioneremo ogni rifiuto per evitare la presenza di discariche disgustose. Cementificheremo il meno possibile per rispettare i terreni agricoli. Ripuliremo ogni bosco per evitare incendi e raccogliere meglio i suoi frutti. Doteremo ogni zona rurale di servizi pubblici essenziali per trattenere la gente. Svilupperemo le coltivazioni tradizionali e ogni possibile attività artigianale e manifatturiera in base alle specificità del territorio.

La terza ragione è di tipo occupazionale. Oggi aspettiamo che siano le multinazionali ad aprire delle fabbriche, che magari fanno funzionare con semilavorati importati dall'altra parte del mondo, o ad avviare delle piantagioni, che magari coltivano con semi geneticamente modificati. Ma le multinazionali adottano la politica del mordi e fuggi: investono il meno possibile e si fermano nello stesso posto finché ci sono risorse da saccheggiare e manodopera da sfruttare. Poi se ne vanno, noncuranti dei disastri ambientali e della disoccupazione che lasciano dietro di sé. L'alternativa al caos disfattista delle multinazionali è il ritorno all'economia locale. Le nostre regioni, con i loro boschi, i loro terreni, i loro laghi, i loro fiumi, le loro pianure, le loro colline, i loro mari, le loro spiagge, i loro pascoli, i loro saperi, conservano tesori nascosti che potrebbero garantire un'occupazione stabile a tantissima gente. Si tratta solo di valorizzarli garantendo ovunque i servizi essenziali come la scuola, la sanità di base, le comunicazioni, l'assistenza tecnica affinché la vita possa essere dignitosa anche nei luoghi più remoti. E naturalmente si tratta di garantire uno sbocco di mercato, sicuro, intramontabile. E' il mercato locale sostenuto da una nuova consapevolezza dei consumatori e da adeguate leggi e misure fiscali.

Preferisco parlare di comunità, piuttosto che di stato. Lo stato è un concetto di tipo mercantile. E' un corpo a se stante a cui si chiedono servizi in cambio di tasse. Pur essendo di tutti, non te lo senti tuo, perché il rapporto è mediato esclusivamente dal denaro. Invece dobbiamo recuperare l'idea di comunità, un gruppo sociale di cui ci si sente parte integrante, perché si hanno legami che vanno oltre il denaro. Sostengo questa posizione non solo per una questione di democrazia e di partecipazione, ma anche di efficienza. Oggi i bisogni sociali sono così vasti che ci vorrebbe un esercito per soddisfarli. Per di più, i governi trovano mille pretesti per tagliare le spese sociali. Ed è uno scandalo. Ma neanche l'economia più forte potrebbe raccogliere tasse sufficienti per pagare gli stipendi a centinaia di migliaia di operatori. Meno ancora ne potrebbe raccogliere un'economia che si ispira alla sobrietà. L'alternativa è la partecipazione diretta ai servizi da parte dei cittadini. La tassazione del tempo, invece della tassazione del reddito. Del resto, in ambito sociale non ci vogliono sempre dei professionisti con anni di studio sulle spalle. In molti casi basta la piccola solidarietà diffusa a livello di quartiere. Nel caso degli anziani basterebbe che le famiglie di ogni condominio si facessero carico delle due o tre coppie non più autosufficienti. Che si organizzassero a turno per preparare i pasti, per tenere le loro case in ordine, per fare la spesa, per aiutarli a farsi il bagno. In una parola basterebbe riattivare la politica del buon vicinato in uso nei caseggiati di una volta. Riattivarla e riconoscerla come servizio sociale. Lo stesso riconoscimento che andrebbe dato al lavoro svolto fra le mura di casa. I figli sono il fondamento del domani ed è interesse di tutti che crescano sani, equilibrati e ben educati. Il patto fra comunità e cittadini potrebbe essere semplice. Ogni adulto mette a disposizione 10 giorni al mese, o quello che sarà, e in cambio si aggiudica il diritto, per sé e i propri familiari, ad accedere, gratis, a tutti i servizi pubblici. Non più ticket sulla sanità. Non più tasse di iscrizione a scuola. Non più biglietti per gli autobus di città e per i treni interregionali considerati trasporti essenziali. Ma un'economia pubblica che si rispetti dovrebbe produrre anche energia elettrica, dovrebbe gestire acquedotti e fogne, dovrebbe produrre alimenti di base, dovrebbe produrre vestiario essenziale e molti altri prodotti di prima necessità.

Dunque il patto dovrebbe anche includere il pagamento, ad ogni membro della comunità, di un assegno mensile per l'acquisto dei beni e servizi essenziali acquistabili in quantità variabili. Una sorta di reddito di esistenza, di reddito di cittadinanza garantito a tutti, abili e inabili, uomini e donne, ricchi e poveri, dalla culla alla tomba. Con un colpo solo risolveremmo anche il problema delle pensioni che oggi viene fatto passare come la rovina della società.

A prima vista, l'idea della partecipazione diretta ai servizi pubblici può sembrare bizzarra, ma pensandoci bene non è una grande novità. Un rapporto pubblicato dalle Acli nel giugno 2003, ci rivela che il 50% degli italiani si impegna nel volontariato. Chi per imboccare gli ammalati, chi per spegnere gli incendi, chi per ripulire le spiagge, chi per raccogliere feriti, chi per servire la minestra nella mensa dei poveri. E il volontariato cos'è, se non un servizio gratuito messo a disposizione della collettività? Per ragioni di sostenibilità, di partecipazione e di democrazia, sono inoltre convinto che dobbiamo valorizzare il locale sul globale. Ma ciò non significa opposizione a qualsiasi accordo planetario. Proprio chi ha a cuore le sorti del pianeta insiste sulla necessità di un livello decisionale mondiale.

Il problema è per che cosa e da parte di chi. Il sistema lavora in maniera autoritaria per un ordine mondiale al servizio delle multinazionali e dei paesi forti. Noi vogliamo lavorare in maniera democratica per un ordine mondiale al servizio dell'equità, dei diritti, della pace, dei beni comuni. Il sistema stipula accordi per garantire l'espansione degli affari. Noi vogliamo accordi per garantire un uso equo delle risorse, per proteggere il clima, i mari, le foreste, per garantire relazioni economiche rispettose dei diritti dei deboli. Se qualcuno pensa di potere fare politica senza occuparsi del globale è sconfitto in partenza. Ma si può fare politica globale proprio partendo dal locale. Molti accordi stipulati in seno all'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) hanno una ricaduta capillare che condiziona anche le scelte delle amministrazioni comunali e regionali. Basti pensare all'Accordo sui servizi. Se questo accordo verrà perfezionato, diventerà obbligatorio lasciare il libero ingresso alle multinazionali in servizi di utilità pubblica come gli acquedotti, la sanità, la pubblica istruzione e financo la viabilità. Ma c'è un modo per impedire a questo accordo di essere attuato. La via si chiama disobbedienza civile. Se i Comuni si rifiutassero di procedere alle privatizzazioni, si creerebbe una pressione molto più efficace di qualsiasi manifestazione di piazza che obbligherebbe il Governo e il Parlamento a riconsiderare il trattato sui servizi. Ecco l'importanza di partecipare alla vita pubblica locale in tutti i modi possibili: la presenza nei consigli comunali, le attività di sensibilizzazione popolare, le campagne di pressione nei confronti dell'Amministrazione. La parola d'ordine oggi deve essere: azione contemporanea a tutti i livelli nei confronti di tutti i poteri; con due strategie: la resistenza e la desistenza. Frughiamo nella nostra fantasia per non lasciare niente di intentato ...

Dal capitolo 1 di “Sobrietà”, di Francesco Gesualdi - Squilibri scandalosi

Una volta tanto svègliati dall'apatia e imponiti un sussulto di dignità.
Scrollati di dosso la scimmia dell'indifferenza.
Liberati dalle frivolezze della televisione.
Vai oltre il provincialismo imposto dalla grande stampa.
Dai un calcio alla retorica del nazionalismo, del patriottismo, del militarismo e altri rigurgiti fascisti.
Torna a pensare con la tua testa e guarda il mondo in faccia in tutta la sua realtà.

Allora scoprirai che l'umanità sta vivendo il più grave scandalo della sua storia. Mai ha prodotto tanta ricchezza, mai ha creato tanta povertà. Poveri in casa dei ricchi. Che viviamo in un mondo ricco, non abbiamo bisogno che ce lo raccontino.
Basta guardarci allo specchio, mettere la testa nei nostri guardaroba, nei nostri frigoriferi, nei nostri garage, nelle nostre pattumiere. Se facessimo attenzione al nostro stile di vita ci renderemmo conto di vivere addirittura nell'opulenza e nello spreco. Ignoriamo, però, che è una condizione di privilegio riservata a pochi. La povertà sta entrando a passi da gigante anche nelle nostre società opulente e non colpisce solo gli immigrati clandestini, ma i nostri stessi connazionali. Le statistiche ci dicono che in Italia la povertà riguarda quasi il 12% della popolazione per un totale di sette milioni di persone. Ma la Cgil ritiene che siano molti di più perché, ci avverte, ci sono tre milioni di lavoratori che guadagnano meno di ottocento euro al mese e altri tre che ne guadagnano meno di mille. Nella vecchia Europa dei quindici, i poveri sono 55 milioni pari al 14% della popolazione, mentre negli Stati Uniti sono 49 milioni e nell'Europa dell'Est addirittura 157 milioni. Sommati a quelli del Giappone e dell'Australia fanno 283 milioni, pari al 23% della popolazione dei paesi industrializzati.
Per chi la vive, la povertà non ha bisogno di molti aggettivi. Ma chi la studia ha bisogno di sezionarla, misurarla, classificarla. Per esempio, la povertà che si incontra nella nostra parte di mondo è definita povertà relativa per indicare che è il risultato di un confronto. Più precisamente, si considera povero chiunque sia nell'impossibilità di andare oltre il 50% dei consumi medi. Un caso è rappresentato dalle famiglie di due persone con entrate inferiori agli ottocentosettanta euro al mese. La categoria dei poveri è molto vasta e comprende disoccupati, anziani con pensioni insufficienti, bambini senza famiglia, malati psichici abbandonati. Alcuni si trovano in condizione di povertà strisciante, mentre altri fanno addirittura la fame.
La Fao, l'agenzia delle Nazioni unite per l'agricoltura, ci ricorda che nel mondo opulento ben dieci milioni di persone soffrono la fame. Camminando per le città, capita anche a noi di vedere senzatetto che frugano nei bidoni della spazzatura in cerca di avanzi di cucina. Ma al colmo del paradosso, la povertà si manifesta anche con il volto dell'obesità, sintesi perfetta di quattro privazioni: la mancanza di istruzione, la mancanza di senso critico, la mancanza di dignità e la mancanza di denaro. L'obesità è emblema del consumismo a buon mercato di chi può ingozzarsi solo di cibo spazzatura confezionato con le peggiori porcherie salvacosti.
 

Il piacere della bicicletta

di Alfredo Oriani Scritto in occasione di un suo viaggio in bicicletta nel 1918 tra l ‘Emilia e la Toscana.
Il piacere della bicicletta
di Alfredo Oriani


"Il piacere della bicicletta è quello stesso della libertà, forse meglio di una liberazione andarsene ovunque, ad ogni momento, arrestandosi alla prima velleità di un capriccio, senza preoccupazioni come per un cavallo, senza servitù come in treno.
La bicicletta siamo ancora noi , che vinciamo lo spazio e il tempo; stiamo in bilico e quindi nella indecisione di un giuoco colla tranquilla sicurezza di vincere; siamo soli senza nemmeno il contatto colla terra, che le nostre ruote sfiorano appena, quasi in balia del vento, contro il quale lottiamo come un uccello.

Non è il viaggio o la sua economia nel compierlo che ci soddisfa,
 ma la facoltà appunto di interromperlo e di mutarlo,
 quella poesia istintiva di una improvvisazione spensierata,
mentre una forza orgogliosa ci gonfia il cuore di sentirci così liberi.

Domani la carrozzella automobile ci permetterà viaggi più rapidi e più lunghi, ma non saremo più né così liberi né così soli: la carrozzella non potrà identificarsi con noi come la bicicletta, non saranno le nostre gambe che muovono gli stantuffi, non sarà il nostro soffio che la spinge nelle salite.

Seduti come in un treno non ci tornerà più l’illusione di essere giovani, correndo coll’impeto stesso della giovinezza; non avremo trionfato del vento, non ci saremo ritemprati nella fatica al sol; ma la nuova macchina c’imporrà le preoccupazioni dei propri guasti non riparabili al momento, c’impedirà di sognare, perché non potremo più guidarla istintivamente, e ci darà il senso doloroso del limite, appunto perché separata da noi, sospinta da una forza che non può fondersi colla nostra"..
 
Senza fretta.

Ora che la bicicletta è pronta e attrezzata, non c’è strada troppo sconnessa o troppo ripida, né coda ai caselli autostradali o guasto al motore che possa mandare a monte il nostro viaggio. La maggior parte degli inconvenienti tecnici non ci spaventa, perché è sotto il nostro controllo. Non abbiamo tabelle da rispettare, medie orarie da mantenere e nulla ci impedisce di fermarci prima della meta prevista. Non c’è acquazzone o caldo torrido che ci metta in crisi, perché ovunque c’è l’ombra di un albero o un ponte sotto cui trovare rifugio. Possiamo fare tutto questo perché abbiamo dalla nostra parte un alleato invincibile : il tempo. Se non è così sarà meglio rinunciare, meglio scegliere un diverso mezzo di locomozione e un diverso tipo di viaggio e attendere momenti più adatti.

I motivi che spingono a viaggiare, e a farlo in questo modo, sono differenti, ma, comunque sia, lo facciamo per stare bene e per sentirci liberi. Quello che ci muove non è lo spirito competitivo di chi non alza la testa dal manubrio e bada soltanto alla media oraria e a quanti chilometri ha già nelle gambe. A noi interessa viaggiare e la bicicletta ci permette di guardare il mondo e la vita secondo una particolare visuale. Crediamo anche che la bici sia un modo, uno dei modi, per trovare o ritrovare se stessi.

Gli itinerari possibili sono infiniti, ma non è necessario attraversare il Sahara o scalare il Kilimangiaro per vivere autentiche avventure. E non occorre neppure mantenere medie di cento chilometri al giorno per poter dire di aver compiuto un viaggio degno di questo nome. Il viaggio in bici non è uno sport estremo, o almeno non è solo questo. Certo non esistono limiti né alla fantasia né alla bicicletta, ma non dovremo sentirci frustrati se il raid non valicherà i confini della nostra regione. Anzi, viaggiare in bici è soprattutto riscoprire le piccole cose intorno a noi, magari vicine, ma che passerebbero inosservate se non ci si muovesse con lentezza e in silenzio.

L’itinerario. Come preparare la spedizione ? Dipende dal tipo di viaggio e dal temperamento del viaggiatore. Soprattutto se il tragitto è impegnativo e si snoda lungo percorsi selvaggi e in fuoristrada, occorre una preparazione minuziosa. Serve innanzitutto una cartina dettagliata (una scala 1 : 25 000 può andar bene). Per itinerari da MTB occorre una carta dei sentieri. Dalla diversità di altitudine fra una località e l’altra si può stabilire la pendenza media e questo è importante se si viaggia in montagna. Alcune cartine riportano anche le isoipse, cioè le linee che collegano zone di uguale altitudine. Dal confronto di queste si possono trarre utili informazioni : più tali linee sono vicine e maggiore è la pendenza.

Sulla base dell’osservazione della carta, stabilite un percorso e, indicativamente, le tappe. Per i primi giorni non prevedete troppi chilometri. Tenete presente che, una volta che la bici è carica, la musica cambia di molto. Procuratevi una guida dei campeggi e studiate l’itinerario anche in base a quanto e come è servito il territorio.

Se non avete un buon allenamento, prevedete un viaggio molto tranquillo, con percorsi soprattutto pianeggianti e una media di chilometri giornalieri ridotta.

Il viaggio in solitaria. Viaggiare da soli in bici è un’esperienza emozionante, che andrebbe provata almeno una volta. Quale occasione migliore per interrompere il fluire omogeneo dell’esistenza e ritrovarsi per un po’ con se stessi ? Con ogni probabilità non si otterrà un Risveglio alla Siddharta, ma certamente si ritornerà con qualcosa di nuovo, fosse anche solo la consapevolezza di sapersela cavare da soli.

Il raid in solitaria è molto più impegnativo, dal punto di vista pratico e psicologico, di quello in coppia o in comitiva. Bisogna essere in grado di affrontare da soli tutte le evenienze, i disagi e gli inconvenienti. Non partite in un periodo in cui siete inclini alla depressione : un’esperienza di questo tipo, con le lunghe ore di solitudine e le difficoltà, potrebbe acuire lo scoraggiamento. Se si tratta della prima esperienza del genere, scegliete un percorso non troppo impegnativo e un viaggio non troppo lungo. Preparate con grande cura il bagaglio e in particolare gli attrezzi e i ricambi. Dedicate maggiore attenzione allo studio dell’itinerario e dei possibili pernottamenti, così da evitare situazioni di eccessivo disagio, come farsi cogliere dal buio senza aver trovato un posto per dormire.

da Bella Bici, Luigi Bairo

IL BAGAGLIO

Una volta fatta la lista, la rileggeva con cura, come consigliava di fare anche agli altri, per vedere se non aveva dimenticato nulla. Poi la rileggeva e cancellava tutto quanto poteva essere superfluo. Dopo di che, perdeva la lista.

J.K.Jerome, Tre uomini a zonzo



La scelta di cosa portare in un viaggio in bici è una mirabile opera di sintesi, trovare il modo per contenere il tutto nelle borse un esempio di arte logistica. Vediamo la lista :

- kit di attrezzi, compresi ricambi camere d’aria e copertone, pompa, borraccia o borracce, ciclocomputer, faro anteriore e posteriore con relative batterie nuove e di ricambio, cappello e casco, occhiali, maglia da ciclista, pantaloncini da ciclista, scarpe per pedalare, guantini, antifurto, telo di nylon per coprire la bici, un vecchio giornale ;

- kit di pronto soccorso, occorrente per l’igiene personale, un asciugamano grande e uno piccolo a tovaglietta, sapone da biancheria, ciabatte per doccia, un paio di scarpe per camminare, biancheria, alcune t-shirts, una tuta da ginnastica, k-way, uno zainetto di tela leggero.

- tenda, sacco a pelo, tappetino a “buccia d’arancia”, coltello multiuso, corde, set da cucina in alluminio, eventuale fornellino a gas e cibarie.

- macchina fotografica, musica, quadernetto e penna, libro/i.

Come stivare tutta questa roba ? Le sacche posteriori dovranno contenere la maggior parte del bagaglio ; in fondo verrà sistemato ciò che si prevede di usare per ultimo. Ripartite equamente il peso nelle due borse laterali, per non sbilanciare la bici. Assicuratevi che le borse siano fissate in modo stabile e sicuro al portapacchi perché, se dovessero staccarsi durante la marcia, potrebbero finire nei raggi.

La tenda, il sacco a pelo e il tappetino di gommapiuma andranno sistemati sopra il portapacchi, fissati ben stretti da corde elastiche, verificando che i ganci siano attaccati a dovere. Solitamente, le borse posteriori più una capiente borsa da manubrio sono sufficienti per viaggi anche lunghi ma che non prevedono il trasporto della cucina da campo.

da Bella Bici, Stampa Alternativa

© Luigi Bairo



In VIAGGIO
Quando cavalco attraverso un villaggio,lo supero velocemente, ma se vado a piedi, vedo di più e gli amici mi chiamano nelle loro capanne. Arrivare veloce- mente a una meta è raramente un vero guadagno. L'uomo bianco vuole arrivare sempre in fretta. La maggior parte delle sue macchine serve unicamente allo scopo di raggiungere velocemente un posto... E così attraversa correndo la sua vita, senza pace, disimpara il piacere di camminare e vagabondare, di muoversi contento verso la meta che ci viene incontro e che non cerchiamo.

Dai Discorsi del Capo Tuiavii di Tiavea delle Isole Samoa ai fratelli polinesiani, dopo il ritorno da un suo viaggio in Europa effettuato durante gli anni venti
 
 
 
 

critical mass ciemmona roma

Cm designed by mona caron

Giovedì 28 maggio > Aspettando la Ciemmona...
ore 20.00 CSOA EX-SNIA, via Prenestina, 173 (Pigneto)
      Porta i tuoi indumenti preferiti da stampare con disegni Critical Mass
      Al termine: cena, giochi e stornelli.

Venerdì 29 maggio > 7° Compleanno di Critical Mass Roma
 ore 18.00, Piazza delle Masse Critiche (Piramide)
        Al termine: grande asta di biciclette,
        cena e concerto dei Radici nel Cemento  
        presso il L.O.A. Acrobax,
        
in via della Vasca Navale, 6 (Ponte Marconi)

Sabato 30 maggio > Critical Mass Interplanetaria
ore 15.00 partenza da ogni ciclofficina romana (mappa)
ore 16:00 Giardini della Basilica di San Paolo
      Al termine: cena all'ex-scuola 8 marzo occupata
      in via dell'Impruneta 51 (Magliana)
ore 24:00 Critical Mass Notturna, si torna in massa al centro

Domenica 31 maggio
> Massa Critica balneare, tutti a Ostia!
ore 11:00 Rotta verso il mare
        Partenza da Piazza delle Masse Critiche (Piramide)

Roma 28/29/30/31 Maggio 2009: CIEMMONA, VI Critical Mass Intergalattica

IL CAMBIAMENTO SEI TU, PEDALA CONTRO LA CRISI


:::PERCHE'
Ogni giorno assistiamo impotenti al peggioramento della qualità della nostra vita dovuto al degrado ambientale e sociale, alla crisi economica. L’industria culturale e l’immaginario sociale ci impongono automobili sempre più grandi e veloci che insanguinano le nostre strade, inquinano le nostre relazioni sociali e la nostra aria.

:::COME
Critical Mass rivendica le strade delle nostre città e l'utilizzo quotidiano della bicicletta, realizza dal basso la libertà urbana negata: la strada sicura e silenziosa per camminare, pensare, parlare, incontrarsi; quella strada dove tutti possono suonare con il loro campanello la melodia di una città salutare e vivibile.
Critical Mass non è una manifestazione, è la coniugazione positiva di disobbedienza civile e festa in un percorso di critica radicale al modello di sviluppo capitalistico che parte da un'azione diretta quotidiana: pedalare per sovvertire la logica del capitale.

Il cambiamento sei TU! pedala contro la crisi!

http://www.ciemmona.org/2009/

presentazione libro La bicicletta nella resistenza

 

 

 

 

 
martedì 26 maggio 2009
Ora:
17.30 - 20.00
Luogo:
Istituto campano storia della resistenza
Indirizzo:
Via Costantino, 25
Città/Paese:
Napoli, Italy
Telefono:
081621225
E-mail:
 
Sin dalle sue origini la bicicletta fu ampiamente usata dagli strati popolari, non soltanto per motivi di lavoro, ma anche in funzione politica e, nel corso della lotta di Liberazione, per compiere azioni di vario tipo, contro i nazifascisti.

In Italia la paura della bicicletta da parte dei reazionari ha una data certa e molto antica e una firma tanto famosa quanto odiata dalle forze popolari: quella del generale Fiorenzo Bava Beccaris, nelle vesti di Regio Commissario Straordinario, durante i moti del maggio del 1898 a Milano. Oltre ad ordinare una sanguinosa repressione, il generale fece affiggere un manifesto che decretava il divieto nell'intera provincia di Milano della «circolazione delle Biciclette, Tricicli e Tandems e simili mezzi di locomozione».

Più o meno con gli stessi termini, oltre alla minaccia della fucilazione, i nazifascisti proibiranno durante la loro dominazione sul territorio italiano, in funzione anti-partigiana, l'uso della bicicletta. Quel divieto, però, avrebbe significato in città come Milano o Torino, il blocco della produzione, giacché la maggior parte degli operai la usava per recarsi al lavoro e così, persino i nazisti, spietati nelle loro decisioni, dovettero fare marcia indietro.

Nell'immediato dopoguerra, la bicicletta fu molto diffusa, specialmente nelle campagne. Per i braccianti era l'unico mezzo di locomozione, usato, oltre che per il lavoro, in occasione di grandi manifestazioni o degli scioperi indetti dalla Lega dei braccianti. In quelle giornate di lotta, masse imponenti si radunavano per impedire ai crumiri di recarsi nei posti di lavoro. Contro le biciclette, appoggiate nelle sponde dei fiumi, si accanivano con particolare durezza, schiacciandole e rendendole inutilizzabili, le camionette della "Celere" di Scelba, una polizia di pronto intervento, utilizzata soprattutto in occasione degli scioperi operai. Questa furia devastatrice non arrestò però lo svilupparsi di grandi battaglie per ottenere migliori forme di vita. Una storia di sacrifici, di miseria, di lotte, che sarebbe importante far meglio conoscere alle nuove generazioni.

In questo libro vengono narrate, tramite le interviste che gli autori hanno raccolto negli anni, le storie partigiane, in bicicletta, di Quinto e Tiziana Bonazzola, Onorina Brambilla, Arrigo e Bianca Diodati, Anna Gentili, Alfredo Macchi, Renato Morandi, Giovanni Pesce, Gillo Pontecorvo, Bruno Trentin, Stella Vecchio e don Raimondo Viale (quest'ultima tratta tratta dal libro di Nuto Revelli, Il prete giusto, Einaudi, Torino 1998 e 2004). Sono ammirevoli personaggi che, in ogni parte d'Italia e in ogni ruolo, militare e civile, non hanno esitato a rischiare la loro vita durante la feroce stagione dell'occupazione nazifascista. Questo non dovrebbe mai essere dimenticato. Purtroppo alcuni di loro, nel frattempo, sono scomparsi. A loro va il nostro affettuoso e grato ricordo.

Alla Resistenza presero parte, in forme diverse, con gesti modesti ma anche con imprese rilevanti, spesso a rischio della loro vita, accanto ai combattenti partigiani, ai gappisti, ai sappisti, alle collegatrici e alle staffette, numerosi atleti del ciclismo agonistico, campioni celebrati ma anche figure minori. Uomini che, orfani dal 1941 del Giro d'Italia, liberi dagli impegni agonistici a causa del conflitto in corso, non ebbero esitazione nel decidere da che parte stare e che uso fare della bicicletta, il loro normale strumento di lavoro. Nell'introduzione del libro viene descritto l'appoggio dato alla Resistenza da Bartali, Bevilacqua, Bottecchia, Ganna, Lorenzini, Martini, Pasotti, Pezzi, Romagnoli, Po, Zanelli, Zanzi e altri.

a seguire dibattito con:
Giudo D'Agostino - Presidente ICSR
Luca Simeone - vicepresidente X municipalità
Vincenzo Barbato - segretario regionale FIOM CGIL

Si presenterà inoltre l'iniziativa IL LAVORO IN MARCIA organizzata dalla FIOM, il cui appuntamento è previsto per il 27/5 alle 11.00 a Pomigliano (in bici sui luigi della crisi industriale campana).
 
 


Ed inoltre il programma della CRITICAL MASS NAZIONALE previste dal 29 al 31 maggio a Roma.
 
 
cemmona 2009.... stiamo arrivando

UN OCCASIONE PER PARLARE DI BICI A 360°
 

critical mass napoli sabato 9 maggio

il resto delle foto sono nell'album critical maggio 2009 a fondo blog

bioregionalismo

Bioregionalismo
Ri-abitare i territori. Ri-diventare nativi del luogo.
In questi e in molti altri modi si potrebbe definire il bioregionalismo.
In sintesi, con questo termine si indica la possibilità di rinnovare la nostra cittadinanza nella Terra
 attraverso uno stile di vita che tenga conto della necessità e del diritto per tutti,
 umani e non-umani,
di vivere una vita dignitosa e significativa.
 
 
Una giornata con Etain: cronaca di una gioia silenziosa
Avevamo letto il suo libro, ne avevamo sentito parlare, avevamo pubblicato un suo articolo, l’avevamo citata più volte, ma fino ad ora non avevamo ancora incontrato Etain Addey, esponente del bioregionalismo italiano, o meglio del movimento che invita i cittadini urbanizzati a ridiventare nativi del luogo. Siamo andati a trovarla a Pratale e abbiamo capito perché il suo libro si intitola "Una gioia silenziosa".
 
 
Pratale - Vallingevano - Etain Addey
Le colline di Pratale
Arriviamo un po’ da tutta Italia. Io da Roma, mia cugina e suo marito da Torino, Daria e Marco da Bologna e Paolo Merlini, con un suo amico, dalle Marche. La giornata non è delle migliori. Nuvole grigie e pesanti coprono interamente il cielo, ma ormai ci siamo organizzati e poi le meravigliose colline umbre sono affascinanti anche con questo tempo.

Quattro diversi luoghi di partenza, quindi, per una sola destinazione: Località Pratale, casa di Etain Addey.

Paolo la conosce già, ma non è mai venuto qui. Io e mia cugina abbiamo letto il suo libro, Una gioia silenziosa, e quindi in qualche modo ci sembra di conoscerla, ma non l’abbiamo mai incontrata. Daria e Marco non ne sanno granché, ma abbiamo spesso visioni e valori comuni e sono partiti sulla fiducia, spinti (spero) dal nostro entusiasmo e dalla loro voglia di esplorare mondi diversi.

Ah, dimenticavo un piccolo particolare: non abbiamo avvertito Etain del nostro arrivo. Lei non ha né telefono né internet e non abbiamo fatto in tempo a scriverle tramite posta ordinaria.

“Andate anche senza avvisare, vi accoglierà a braccia aperte”. Così ci ha assicurato chi la conosce, ma quando, dopo aver girovagato tra le colline umbre alla ricerca della nostra meta, abbiamo varcato il cancelletto (da lasciare sempre chiuso, se no gli asini scappano), ci siamo resi conto che 6 persone adulte e un bambino piccolo stavano piombando in una casa privata, ad ora di pranzo, senza aver dato alcun preavviso. E meno male che Paolo e il suo amico sarebbero arrivati nel pomeriggio!

Un po’ esitanti, ma anche emozionati dallo splendore del paesaggio (colline alberate, asinelli, pecore, gatti, cani, galline, orti, ulivi, colline, colline, colline, verdi di tutti i tipi, cavalli, emozioni), ci siamo avvicinati alla casa dove Etain vive con il compagno Martino e con chi capita da queste parti…

Ad un certo punto si è aperto un cancelletto ed un uomo con un’espressione neutra si è affacciato e ci ha aspettato in silenzio. “Salve!” ,lo abbiamo salutato mentre l’imbarazzo (il mio almeno) cresceva.

“Disturbiamo? Stavate pranzando?”, domando esitante.

“Vorrà dire che aggiungeremo qualche piatto a tavola”, mi risponde l’uomo che solo dopo realizzai essere il famoso Martino descritto nel libro di Etain. Non capisco se il tono è scocciato, burbero, o solo spiccio.


Etain Addey, autrice de "Una gioia Silenziosa" nella sua casa a Pratale
Entriamo nella casa di legno e finalmente la mia tensione si scioglie. L’atmosfera è subito accogliente. C’è un signore inglese, una ragazza italiana (di Venezia), ma soprattutto c’è Etain che ci viene incontro e ci saluta come se ci stesse aspettando da sempre.

Siamo immediatamente a nostro agio e, dopo pochi secondi, mi trovo a chiacchierare con Etain di bioregionalismo e dell’intervista che ho fatto la scorsa settimana a Giuseppe Moretti.

Nel frattempo c’è un via vai di mani e gesti per la casa. Chi cucina, chi apparecchia, chi chiacchiera, chi scherza.

Dopo 10 minuti siamo tutti seduti intorno alla tavola e stiamo pranzando. Ora sono certo: il tono di Martino era solo spiccio. È infatti sorridente e affabile mentre parliamo e mangiamo come se ci conoscessimo da tempo.

Gli argomenti che attraversano la tavola sono i più disparati: come crescere i bambini, le origini dell’ottimo vino che stiamo bevendo, l’invadenza delle persone che vogliono insegnarti a vivere, i libri di Andrea De Carlo, i diversi modi con cui coltivare l’orto e così via.

Dopo aver pranzato e lavato i piatti, Etain ci conduce a visitare i due orti (uno lo coltiva lei e l’altro Martino), mostra i pulcini appena nati al bimbo di mia cugina, va a controllare i pomodori appena seminati in una piccola serra improvvisata.

La casa in cui abbiamo pranzato, costruita in legno, è riscaldata da una stufa (a legna) che viene utilizzata anche per cucinare. Non c’è riscaldamento tradizionale, né gas, quindi. Eppure ci si riscalda e si cucina ugualmente.


Il "signore inglese", "mia cugina col bimbo" e gli asini di Etain
Etain si è trasferita in queste colline 30 anni fa. Non aveva quasi niente e non sapeva fare quasi niente. Col tempo, e grazie agli insegnamenti dei contadini locali, questa donna inglese è diventata esperta di agricoltura, cucina, allevamento di animali, mungitura, tosatura, tessitura, autoproduzione di sapone, lavaggio a mano di vestiti e chissà quali e quante altre cose.

Eppure scrive libri e articoli, porta avanti ricerche culturali e spirituali, ha trovato il tempo di crescere tre figli ed ospita continuamente viaggiatori.

Proprio le centinaia di ospiti che in questi tre decenni si sono succeduti a casa di Etain hanno contribuito a renderla quello che è. Infatti, qui si può arrivare senza preavviso, ma se ci si vuole fermare per un lungo periodo “bisogna” contribuire ai lavori. Ci si alza all’alba, si segue l’orto, si mungono gli animali, si tosano, si ripara la casa e così via, a seconda delle esigenze e delle stagioni.

Un’esperienza meravigliosa, quasi mistica, mi viene da pensare. Un incontro magico tra la riscoperta di equilibri naturali, il contatto con la terra, con gli animali, col sudore e con la fatica, e la cultura e la spiritualità che debordano da ogni sguardo di Etain, così come dalla sua piccola libreria, un incantevole studio dove qualunque aspirante scrittore troverebbe l’ispirazione per quel famoso libro che vuole scrivere da quando è bambino.

Ma è veramente difficile riportare a parole questi luoghi, questi modi di vivere, quest’intensità di esseri.


Paolo Merlini ed Etain Addey
Le nostre riflessioni e le nostre contemplazioni sono interrotte da un arrivo improvviso: Paolo Merlini e il suo amico sono giunti. Paolo, come al suo solito, ci inonda di parole e aneddoti. Rischierebbe di essere pesante, se non fosse così avvincente e passionale. Ci ritroviamo nuovamente seduti intorno al tavolo. Daria e Marco ci salutano, devono tornare a Bologna. Noi, tra un teh inglese, una ricotta fatta in casa, un pane buonissimo e della marmellata di mele cotogne, osserviamo e ascoltiamo Paolo ed Etain che si alternano nel raccontare e scambiare pareri su episodi, sentieri, esperienze.

Si sta facendo sera quando ripartiamo. Abbiamo avuto il tempo di chiacchierare anche un po’ in privato con l’autrice di Una gioia silenziosa. Osservando questi luoghi e respirando queste atmosfere abbiamo capito che il titolo di questo libro è realmente efficace. Da questi silenzi (mai totali e sempre costellati di suoni animali, vegetali, spirituali) non può che nascere una gioia vera, reale, silenziosamente trionfante.

Ritorniamo alla nostra macchina a passo lento. Il signore inglese e la ragazza di Venezia stanno lavorando la terra. Martino è da qualche parte, forse tenta di addomesticare l’ultimo nato tra i cavalli. Etain è rientrata in casa. Non sappiamo cosa stia facendo. Io ho sottobraccio 4 libri che mi ha donato questa donna che si è radicata in un luogo restando una nomade dello spirito.

Ma Etain non ci ha donato solo dei libri ed un pranzo. Ci ha donato la consapevolezza di un mondo. Quello a cui forse tutti noi potremmo appartenere. Quello che nell’ultimo secolo, così abilmente, abbiamo spinto fuori dalle nostre città-prigione. Quello che forse, un giorno, torneremo ad abitare, anzi a ri-abitare, ridiventando - finalmente - nativi del luogo.

da     http://www.terranauta.it/c42/bioregionalismo/

biciterme lago di bolsena & dintorni

 

 :(

ciclocontrordine....

l'associazione venerdì

 è impegnata...

la ciclocondiVisione

è rimandata

 :( 

 

per la ciclondiVisione del fotoreportage di biciterme

appuntamento venerdì 8 maggio alle ore 21

presso l'associazione il Bosco

 (di fronte al ferramenta colorista abbondante)

 via bosco di capodimonte vediamo le foto

 e ci mangiamo nà pizza

 la scusa per "ciclostare un pò insieme"

prima della critical mass

l'invito è per tutti,pedoni, ciclisti, ortisti & musicisti ....

 

 

 
 
 
 

 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

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